26.Piacere e scoperta di sè

C’è qualcosa di profondamente umano nella ricerca, un desiderio di sapere , un bisogno di migliorare.

È una tensione sottile, a volte silenziosa, che ci attraversa.

Una sensazione difficile da definire, ma impossibile da ignorare.

È quella voce che, anche quando tutto sembra andare bene, continua a chiedere:

“È davvero tutto qui?”

Socrate lo sapeva.

E forse per questo veniva percepito come un disturbo. "Gli Ateniesi lo chiamavano “tafano”, per quanto poteva spazientire. Un insetto fastidioso, come quelli che ancora oggi, nelle campagne, si attaccano alle gambe e siamo costretti a scacciare.

Perché Socrate sapeva bene come pungolare e inquietare i suoi interlocutori con le domande, facendo venire alla luce ciò che custodivano dentro di sé senza saperlo."

Non perché portasse risposte scomode.

Ma perché apriva porte dentro le anime e da li non si torna indietro.

La sua ricerca non era intellettuale.

Era profondamente esistenziale.

"Conosci te stesso" non come concetto ma come esperienza viva.

Perché conoscersi non è un punto di arrivo è un movimento continuo.

È avere il coraggio di guardarsi nei momenti di chiarezza…ma soprattutto in quelli di confusione è restare presenti quando emergono le contraddizioni.

Quando ciò che desideriamo non coincide con ciò che facciamo, quando sentiamo che qualcosa non è allineato, ma non sappiamo ancora cosa.

La ricerca, quella autentica, è poco lineare è fatta di soste, di ritorni, di domande che si ripetono sotto forme diverse.

Eppure, è proprio lì che accade qualcosa.

Non diventiamo “perfetti” …diventiamo più veri.

E "a proposito di parole, negli ultimi anni il nostro vocabolario si è arricchito di un nuovo termine, atelofobia, dal greco atelès e phobos, il timore ossessivo di essere imperfetti. La paura di non essere mai abbastanza.

Una fobia che ci fa vivere nell'ansia di voler essere perfetti , in qualunque ambito della vita , dall'aspetto fisico, alle relazioni, al coraggio di affermare idee e ai progetti per il futuro. La formula può aiutarci a vedere sotto una nuova luce la parola atelofobia e trasformarla in atelofilia, se non l'amore almeno il rispetto per la nostra imperfezione. Negare la fragilità è come negare la nostra umanità."

E in questo processo, le domande diventano alleate.

Perché ogni volta che abbiamo il coraggio di fermarci e chiederci davvero “perché”…stiamo già tornando verso noi stessi.

Accettare l'imperfezione per me però non è il punto di arrivo ma il punto di partenza, perché come diceva Carl Rogers , quando ci accettiamo possiamo iniziare a cambiare .

Bisogna però trovare il nostro ritmo sostenibile .

Per me il criterio è il grado di piacere e soddisfazione che sento.

Amo lo sforzo perché mi porta alla soddisfazione del risultato ma ho imparato a comprendere quando lo sforzo ha bisogno di calare e dare spazio al riposo perché il piacere si esaurisce e il gioco diventa lotta interna.

E tu ... dove stai oggi ? Che domande ti fai ? Quanto stai nel piacere e quanto nella lotta dolorosa soltanto ?

Fonti di ispirazione

Libri

Cristina Dell’Acqua - La formula di Socrate

Carl Rogers – Un modo di essere

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25.Uscire da sé: il passaggio invisibile che trasforma le relazioni