31.Se non ti fai sentire, non esisti.
«Se non ti fai sentire, non esisti.»
È una frase che mi torna in mente quando penso a quanto siamo sollecitati a comunicare, pubblicare, mantenere una presenza.
Ho sempre scritto per me. Poi, dopo qualche anno, ho desiderato condividere i miei pensieri. Mi faceva stare bene e, da alcune risposte ricevute, so che qualcosa è arrivato anche agli altri.
Oggi, però, mi chiedo: perché scrivere ancora?
«Perché a qualcuno potrebbe servire quello che esprimi.»
È una risposta che vorrei sentire sufficiente. In questo momento, però, non mi convince del tutto.
Quello che condivido potrebbe essere utile. Potrebbe anche essere superfluo. Ci sono così tanti profili, siti, contenuti e spazi di comunicazione. Così tante parole da leggere, voci da ascoltare, prospettive da conoscere.
E allora, quale spazio desidero occupare? E per quale ragione?
Non ho ancora una risposta.
Sento, invece, un bisogno crescente di silenzio. Di una solitudine scelta, circoscritta, con un tempo e uno spazio dedicati. Momenti in cui fermarmi dallo scrivere, dal leggere, dal cercare altri stimoli.
Momenti in cui non fare.
Nel mio caso, probabilmente, dovrò programmarli. Mi conosco: lasciare che il vuoto trovi spontaneamente posto nelle mie giornate sarebbe già una sfida nella sfida.
Ma come ci si sente a sospendere qualcosa per cui si è lavorato tanto?
Scrivere per me è sempre stato facile. Scrivere per condividere, molto meno.
Ho dovuto attraversare la paura del giudizio, dell’errore, di essere banale, di non essere utile, di esprimermi male. Ho impiegato tempo ed energie per trovare il coraggio di espormi.
Ora che quel coraggio l’ho costruito, concedermi una pausa mi mette davanti a domande nuove.
Se rallento, che cosa succede a ciò che ho conquistato?
Riesco a scegliere liberamente il mio ritmo?
Quanto pesa il desiderio di esserci, e quanto la pressione di continuare a farmi vedere?
Scrivo già meno frequentemente. E la sensazione di dover alimentare una presenza sui social rende questa scelta ancora più complessa.
È un periodo di domande e di un po’ di stress. Uno stress che, per ora, mi affatica più di quanto mi faccia crescere.
Cerco di ascoltarlo, senza pretendere di ricavarne subito una lezione.
Forse posso cominciare proprio da qui: concedermi un tempo in cui una domanda resti aperta, un pensiero rimanga privato, una giornata non diventi un contenuto.
E osservare che cosa accade.
Fonti di ispirazione
Momento di vita personale